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Granchio blu, da specie invasiva a risorsa: ENEA studia il recupero sostenibile della chitina

Un team di ricercatori del Laboratorio Bioeconomia Circolare Rigenerativa dell’ENEA, in collaborazione con il Dipartimento Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili dell’ENEA e con l’Università della Calabria (Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica – DIMES), ha pubblicato sulla rivista internazionale International Journal of Biological Macromolecules lo studio dal titolo “Impact of thermal pre-treatment on the extraction efficiency and physicochemical profile of chitin from blue crab (Callinectes sapidus) carapace”.

Lo studio si inserisce in un’attività di ricerca avviata da alcuni anni dal gruppo sull’estrazione della chitina da artropodi attraverso l’applicazione di diverse metodiche e l’ottimizzazione delle condizioni operative, con l’obiettivo di ridurre l’impiego di reagenti chimici mantenendo elevati standard qualitativi e quantitativi. Poiché l’estrazione chimica della chitina rappresenta ancora oggi il metodo più utilizzato a livello industriale, la sua applicazione in condizioni meno aggressive assume un valore strategico in termini di sostenibilità e potenziale trasferibilità applicativa.

In particolare il lavoro ha avuto come oggetto il granchio blu (Callinectes sapidus), specie atlantica in rapida espansione nel Mediterraneo e oggi al centro del dibattito per gli impatti sugli equilibri ecologici e sulle attività di pesca, soprattutto a causa della predazione di specie di elevato valore commerciale come le vongole, con rilevanti ricadute economiche per il settore.

I tentativi di contenimento ed eradicazione del granchio blu comportano la produzione di grandi quantità di residui biologici — carapaci, chele e altre parti non edibili — spesso considerati un problema di smaltimento ma che rappresentano in realtà una preziosa fonte di chitina, biopolimero naturale di grande interesse per le sue proprietà di biocompatibilità, biodegradabilità e versatilità applicativa nei settori alimentare, agricolo, cosmetico e biomedico.

Lo studio ha applicato il protocollo chimico ottimizzato ai carapaci freschi e cotti, al fine di confrontare le rese di estrazione e le proprietà strutturali della chitina ottenuta in termini di purezza, grado di acetilazione e cristallinità. Il confronto attraverso l’integrazione di diverse tecnologie di caratterizzazione ha evidenziato come il pretrattamento termico (cottura) migliori significativamente l’efficienza del processo e consenta di ottenere una chitina più pura e con rese superiori anche in condizioni operative blande.

Il lavoro evidenzia, infine, come i carapaci già sottoposti a cottura — come avviene comunemente per i prodotti destinati alla commercializzazione — si rivelino una materia prima più efficiente per il recupero della chitina. Questo risultato suggerisce che gli scarti generati dalle attività di trasformazione possano diventare una risorsa strategica, favorendo il recupero di biomasse residuali e contribuendo allo sviluppo di modelli produttivi più sostenibili, in un’ottica di economia circolare.

Per maggiori informazioni sullo studio: 

Alessandra Verardi, alessandra.verardi@enea.it

Paola Sangiorgio, paola.sangiorgio@enea.it

A cura di: 
Francesca Zinni
Ultimo aggiornamento: 19 February 2026